2015-01-13

natale a Specchia: sensazioni di una spettatrice

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Il Comune di Specchia, come ogni anno, ha organizzato con grande
sensibilità il “Natale nel Borgo”, mirando, oltre che a un impegno di rinnovata
fede, alla promozione culturale e turistica del paese, per questo ha accolto le
proposte che gli venivano presentate dalle associazioni.
La sera del 24 dicembre 2014, com’è ormai consuetudine, nella piazza
del Popolo nel grandissimo braciere, si è accesa la catasta di legna, per dare
il via alla “focaredda”, antica usanza che, metaforicamente, penso intendesse
scaldare il Bambinello del presepe e realmente servisse alla povera gente per
vincere il freddo sferzante della piazza e per portare a casa un po’ di brace
per dare calore non solo di rinnovata festa.
Anche quest’anno le fiamme si sono levate altissime accompagnate da
uno scoppiettio che manda scintille che s’innalzano in cielo come stelle. Dallo
spigolo del palazzo Risolo si ha modo di notare che le fiamme si dividono in
due alte lingue che lasciano intravvedere il campanile della chiesa che, con
l’irregolarità e il tremolio delle luci del fuoco, sa di magico. Sì. Il clima è
proprio natalizio.
Le persone che affollano la piazza si scaldano e mangiano le
gustosissime “pittule”, preparate negli stand - cucina.
Nel castello già dal giorno 21 dicembre la mostra “Natale d’Artista”
rappresenta l’ideale concezione della Natività con le “Personali in collettiva”
di:
Ute Bruno - Luigi De Giovanni -
Laura Petracca - Roberto Russo - Ada Scupola - Giovanni Scupola.
Specchia pure quest’anno ha interpretato il Natale con grande prova
di fede e sacrificio, i presepi si sono moltiplicati. Infatti, oltre al
“Presepe vivente” che è quello che suscita maggiore interesse da parte dei
cittadini e dei turisti, ne sono stati approntati nelle chiese, nel castello e
persino nei bar.
Molto significativi, per la
purezza dei sentimenti racchiusi nella poesia dell’infanzia, sono i disegni
fatti dai bambini seguiti, nei lavori, da Suor Rita dell’ordine delle Suore
Ravasco. I fogli, organizzati e allestiti in pannelli dall’
Arch.
Stefania Branca, sono capaci di raccontare il vero senso della fede e dei sogni
di pace e amore dei bambini di tutto il mondo.
Il Presepe dei giovani dell'Associazione “Bambin Gesù” ha
anticipato la festa con una ricostruzione di ambiente quasi boschivo che,
subito, malinconicamente, mi ha riportato a Seulo, il mio paese sui monti del
Massiccio del Gennargentu, ai suoi boschi e al muschio che veniva usato in
grande quantità nel presepe della Chiesa della Beata Vergine. Istintivamente,
ho subito unito i ricordi dei miei sogni imbiancati da neve vera che, quasi per
miracolo, cadeva, a fiocchi copiosi, illuminando ben oltre l’orizzonte
nell’inverno di Barbagia, rendendo il paese stesso presepe. Ricordo che molto
in anticipo si andava a raccogliere il muschio, spesso ricco di ombelichi di
venere, profumato di bosco, le cortecce che si staccavano dai vecchi alberi, i
rami di agrifoglio ricchi di drupe rosse e i bellissimi rami di tasso arrossati
dagli arilli che, benché fronde d’albero della morte, riuscivano a colorare di
gioia il mio Natale d’allora.
Le statuine di Maria e Giuseppe e del Bambinello erano bellissime. Non
mancavano i pastori con i loro armenti, i greggi che ricordavano i gusti di
tempi antichi vissuti con orgoglio anche oggi. Il mio presepe dell’anima,
quello di Seulo, era povero ma ricco di poesia e tradizione conservata con
amore e fede.
Ho avuto modo di notare che i giovani si sono impegnati in questi
anni per conservare con cura la memoria del passato e rinnovare un rito di fede
e di calore di famiglia.
Forse per nostalgia non posso far a meno di ricordare Seulo dove lo
scorso anno venne allestito un presepe all’aperto, povero come scenografia ma
ricchissimo come contenuti. La capanna era accuratamente isolata dalle
intemperie, tenuto conto che lì non mancano neve e ghiaccio. La mangiatoia
riempita di paglia, fu subito adocchiata da un bel gattino dorato molto
infreddolito, che la scelse come giaciglio prima che vi venisse sistemato il
bambinello. L’evento diventò subito virale, attrazione turistica per le tante foto
fatte al gattino e per la loro diffusione sui media, venne salutato con gioia, dai
seulesi molto divertiti, e come un bel segno dall’alto: bisogna sempre curarsi
di chi sente freddo e di chi ha fame, di chi soffre o di chi non può
manifestare nessun segno di fede cristiana. È vero il mio paese innevato, anche
con il gatto nella mangiatoia o le goliardie giovanili, sa proprio di Natale.
Molto interessante e ricco di spiritualità ho trovato il presepe realizzato
dai ragazzi di Ruffano, illuminato dai “soliti” fari prestati da Tommaso
Vincenti, che con pochi mezzi e molto amore hanno creato statuine in carta
pesta vestite con tessuti di recupero, cielo in raso blu e stelle in cotton
fioc. È stato bellissimo vederli emozionati e impegnati nel fare qualcosa che
dava loro gioia e a noi il senso del Natale vissuto nel modo migliore.
Un suggestivo presepe, preparato dai ragazzi dell’ACR nella Chiesa
Madre, mostra l’attaccamento, delle persone del territorio, all’antica
tradizione della coltivazione dell’ulivo e della produzione dell’olio. Questi
ragazzi usando gomitoli di corda hanno realizzato tutti i personaggi, comprese
le pecorelle. Il tetto è stato fatto con i fiscoli (intrecci di corda, che
servivano nell’antica produzione dell’olio d’oliva) e tutta la scenografia,
inclusi gli sfondi e le quinte, con dei deliziosi “cannizzi” (intrecci di canne
che servivano per seccare al sole fichi, pomodori e tanti altri prodotti della
terra) mentre i sacchi di juta costruivano colline e pianure di fatica.
Nel Presepe della chiesa di Sant’Antonio non manca nessun
personaggio. Costruito con una cura assoluta, ha voluto rappresentare i climi
illuminati da luci di stelle. Elogia il lavoro, la terra, non sempre rispettata,
che ci dona copiosi frutti. Percorsi di pietra conducono alla salvezza divina.
Fra castelli merlati il bambinello nasce nella rustica stalla, dalla porta
sconnessa aperta, con il calore dell’amore divino. È un presepe ricco di
personaggi che si affannano nelle fatiche della vita. È fatto con cura, non
mancano i ruscelli, le montagne percorse da impervi e tortuosi tratturi, gli
anfratti segreti, né la sabbia ricordo di terre d’oriente. Anche qui mi
sovviene Seulo, i suoi scoscesi sassosi sentieri allietati dai rintocchi dei
campanacci, che suonano note diverse per distinguere i greggi o gli armenti
richiamati dai fischi dei pastori che spesso si distraggono zufolando.
Nel bar “Le mille voglie” ha preso forma il presepe del territorio
salentino dove pagliare, con diverse caratteristiche, e muretti a secco creano
l’atmosfera giusta. Qui è stato curato, soprattutto la verosimiglianza con il
Salento. Fra i muretti e le pietraie che lasciano spazio al verde della
vegetazione salentina c’è il muschio con alcuni ombelichi di venere, per me
sempre “cappeddus de muru” che tanto mi piacciono e che da bambina usavo come
piatti per la bambola. La stalla con la sacra famiglia è una sorta di grotta in
parte diroccata e per questo molto efficace nella rappresentazione della
Natività. Non mancano gli ulivi e l’aia circolare, dove un somarello è
impegnato nella trebbiatura. Si è un presepe calato in altri tempi ma efficace
nella rappresentazione delle intenzioni.
Sicuramente qui a Specchia sono stati allestiti molti altri presepi,
soprattutto nelle case, ma questi sono quelli aperti al pubblico che io ho
potuto visitare e apprezzare.
Il clou delle manifestazioni
del Natale è il “Presepe Vivente”
curato
dall’Associazione Culturale Sportiva “Eugenia
Ravasco” Onlus insieme al Comune di Specchia e alla Parrocchia “Presentazione
della Vergine Maria” di Specchia. Il compito più impegnativo è, comunque,
dell’Associazione Culturale Sportiva Eugenia Ravasco che per tempo studia e
prepara le suggestioni del Presepe scegliendo il percorso, curando
l’allestimento delle scene e la rappresentazione
. Impegno, quest’anno,
triplicato a causa delle bravate di alcune persone che hanno pensato bene di
creare disagio rovinando alcune opere di scenografia. Ciò nonostante il giorno
25 dicembre alle ore 17 tutto è pronto.
Nella piazza antistante alla porta di Betlemme lo svolgersi del
rituale prevede che debbano prendere la parola le autorità civili e religiose, per
i discorsi inaugurali.
A parte un lieve ritardo del vescovo, che sicuramente ha avuto il
suo bel daffare celebrando l'inizio dei percorsi di più Presepi nelle
parrocchie da lui amministrate, tutto è proceduto senza intoppi.
Dalla via Roma si sente l’imperio dei comandi impartiti dal
comandante della legione romana che si appresta all’ingresso in Betlemme.
Sfilano eretti, alcuni con le armature che sembrano a placche, l’elmo che
contribuisce a renderli ancora più minacciosi, lo scudo convesso tenuto con
forza, il giavellotto e il gladio. Altri con lo scudo, probabilmente in duro
cuoio, procedono, inquadrati e precisi nei movimenti, eseguendo gli ordini con accuratezza.
Un soldato tiene al guinzaglio un bellissimo cane che incede con il capo chino,
non ha nulla di bellicoso ma ricorda come dovevano essere terribili i romani
nelle operazioni di conquista. Alcuni soldati battono su dei tamburi dando
ritmo alla formazione. Vestite con tuniche e mantelli seguono le matrone dalle
acconciature elaborate, le belle ragazze, i giovani e i bambini che daranno
significato alla ricostruzione del tempo.
Nella piazza degli Artisti i figuranti si apprestano a disporsi
nelle postazioni assegnate. C’è freddo ma tutti sembrano non sentirlo. Il
gruppo degli “Agorà canti antichi” è pronto per ricordare l’antica musica
salentina. Oltrepasso la porta che porta a Betlemme e lo scenario che mi
attende è emozionante. Tanti i piccoli “romani” attizzano i fuochi e si
scaldano. Sui tavoli piatti e scodelle sembra che attendano i commensali. Nella
casa del censimento predomina il colore rosso, gli arredamenti sono importanti.
Noto che vi sono delle armature, su trespoli o poggiate su bauli da viaggio,
pronte a essere indossate: si ha proprio l’idea d’essere in un luogo di
frontiera. Si fa la fila per essere censiti. Anch’io non mi sottraggo al dovere
e mi appresto a scrivere i miei dati. Il fatto d’essere ospite in questo bel
Borgo non mi fa sentire transfuga poiché ho la libertà di tornare a casa quando
lo desidero. Ben diversa è la situazione dei clandestini che muoiono a migliaia
nel Mediterraneo inseguendo un sogno di pace e benessere e, purtroppo, spesso
finiscono in ingranaggi della disonestà. Dopo mi avvio all’ingresso vero e
proprio, dove è gradita una piccolissima offerta, utile a predisporre il minimo
indispensabile per la prossima edizione. Giungo alla bottega del “conzalimmi”,
professione seppellita dal consumismo, intento, con una sorta di trapano, a far
dei buchi che gli serviranno a rimettere insieme i pezzi di un piatto rotto.
Questa bottega, priva d’ogni segno di benessere, mi fa pensare al nostro tempo
e a quanti piatti, scodelle finiscono nella spazzatura in un anno, per
lamentarci poi del costo dello smaltimento dei rifiuti. È proprio vero noi non
pensiamo mai al poco che serviva in passato per vivere felici!
“Ecco la Vergine che concepisce e dà alla luce un figlio e gli porrà
il nome di Emmanuele” (Isaia 7.14). - Recita così il cartello all’ingresso
della scena dell’Annunciazione. Mi fa subito pensare ai tempi del fatto, ai
costumi d’allora e alla giovanissima e immensa Maria che assunse la sua
missione biblica scevra dai trastulli della sua età. Mentalmente faccio un
paragone con la vita d’oggi soprattutto con la libertà che hanno giovani
occidentali, incapaci di sacrifici e rinunce. Penso pure alla prigione, non
solo fisica, che, ancora oggi, vivono le donne che in certe società non hanno
diritti e vengono uccise solo per un sospetto di “disonore”, che è, purtroppo,
il loro dolore d’esistere. Lo spazio dell’Annunciazione complessivamente mi è
piaciuto tantissimo sia per l’essenzialità dell’ambiente sia per l’interpretazione
di Maria inginocchiata e degli angioletti dalle mani giunte: tutto lascia
pensare alla spiritualità del fatto raccontato.
Mi avvio alla sinagoga, dove i sacerdoti sono intenti alle letture.
Delle piccole candele poggiate sul tavolo, raccontano con efficacia la
ritualità, anche in assenza del candelabro a sette braccia simbolo di maggiore
opulenza.
Mi perdo nel mondo delle tessitrici, delle ricamatrici e del filet.
Qui noto i licci, le rocche, i tessuti di vari colori legati alla tradizione,
le matasse, gli arcolai e un bellissimo telaio che mentalmente lego alla sala
della tessitura dei miei nonni. Ricamatrici intagliano i tessuti con le loro
creazioni, mentre una esegue la rete da fissare sul telaio da filet: m'incanto
e chiedo a tutte spiegazioni ammirando i manufatti meravigliosi. I guanti fatti
con il filet attirano particolarmente la mia attenzione. Penso come mai mia
sorella Cate, professoressa in pensione e maestra nei ricami se pur ancora
apprendista nel punto margarita, non ne abbia mai fatto un paio così! Questo mi
fa pensare che tutti i saperi antichi bisogna conservarli con amore e
tramandarli. Noto una paziente anziana che avvolge il filo come se avvolgesse i
ricordi di una vita. La dolcezza meravigliosa che scaturisce da lei fa
dimenticare i segni di sacrifici e di rinunce evidenti nelle tracce del tempo
delle sue mani e del suo viso.
Nell’antico "lavaturu" di pietra, pila, si affanna, con le
mani immerse nell’acqua gelida, la lavandaia mentre nel "cofanu",
lavatrice d’altri tempi, si fa la lisciva. Con il ferro a carbone la stiratrice
stira i panni tenuti con cura in un cesto.  Ricordo il passato, le madri della mia zona che portavano in
equilibrio in testa il catino con i panni per andare ai ruscelli dove, nelle
limpide piscine, facevano il bucato cantando le canzoni in sardo; come se
lavare fosse una gioia senza fatica. Sciorinavano poi il bucato nei cespugli
profumati e tornavano a casa portando tracce di fiori e arbusti. Nelle giornate
di sole invernali si recavano nelle sorgenti tiepide e stendevano i panni negli
spogli cespugli per farli gocciolare poi venivano disposti vicino al cammino:
avverto ancora l’odore di fumo camuffato poi con mazzi di lavanda. Le giovani
mamme in gruppo, spesso portavano in braccio i bimbi più piccoli, che avrebbero
dormito dentro il catino più grande al suono dello scorrere dell’acqua, mentre
i più grandi trotterellavano al loro fianco facendo un mare di domande o
cantando a gran voce.
Al lume di candela, in un’atmosfera molto colorata, alcune adolescenti
danno forma a presine e antiche bamboline. Ho rivisto le mie nipoti che ai
vestiti di bambola mettevano bottoni grandi che sbordavano dal corpo stesso
delle bambole!
Gli scribi, i sapienti dell’antichità, stilano o leggono i loro
documenti scritti su rotoli o tavolette. La loro precisione recitativa non è
stata distratta, dai rumori della via affollata, neanche per un attimo.
Un ambiente che mi è molto familiare è quello della lavorazione del
miele. La smielatura non era un problema per i miei genitori che, armati di
soffietto e coltello speciale, allontanavano le api con l’intenso fumo,
prodotto da arbusti idonei. Mi vengono in mente i favi grondanti di miele
profumato e la mia curiosità d’assaggiarlo, per scoprirne il gusto, che mi
portava subito a prenderne un pezzo masticandolo sino a che non rimaneva che la
cera: primordio delle mie gomme da masticare, il ricordo mi fa sentire ancora
il sapore. Amavo e amo moltissimo, soprattutto, il miele amaro!
Nella penombra m’imbatto con le pecorelle chiuse in un recinto che
consente d’osservarle da vicino. Alcuni bimbi attratti dalla loro presenza
cercano di accarezzarle ma loro intimorite da tanto via vai indietreggiano
nascondendosi ritmicamente una dietro all’altra.
Qui, come sempre, non mancano gli esperti della lavorazione della
pietra.
Sono attratta dalla lavorazione dei filati, dove alcune persone,
vicine al fuoco, districano la lana contenuta in sacchi di juta grezza, altre
la pettinano. Poggiate, noto delle conocchie ma non vedo filatrici. A Seulo la
mia prozia Totonia avrebbe completato l’opera con la filatura che era il suo
passatempo preferito e che continuava a fare anche mentre ci raccontava le sue
storie.
Non posso rimanere indifferente davanti alle creazioni con i piccoli
rotoli di carta e sono sorpresa dalla maestria con cui vengono fatti, in carta
pesta, i presepi con tutti i personaggi e le statuine. Mi sorprende “il mondo
tra le mani” grande opera sempre in cartapesta.
Nella corte che porta al forno molta legna attende d’essere bruciata
per la preparazione di pane e dolci. Entro e mi ritrovo in un ambiente
familiare, i profumi sono simili a quelli che avvertivo dai nonni nella mia
infanzia. Il fornaio attizza il fuoco mentre sul tavolo sono ormai lievitate le
palline di pasta che daranno luogo alle gustosissime "frise" locali.
Nella madia due ragazze impastano con cura la farina unita all’acqua
e al lievito. Più avanti è pronto l’impasto per le "pittule",
evidente anche nelle maniche di solerti lavoranti.
La macinatura del grano è fatta con un’antica macina in pietra,
manovrata da una giovane signora. La farina fuoriesce da una caditoia e finisce
dentro un sacco bianco a trame strette. La scena è d’altri tempi! Con setacci e
crivelli, dando dei piccoli colpi, alcune bimbe, separano la farina. Tutto sa
d’antico! Questa figurazione è di una poesia malinconica struggente. Qui,
mentalmente, riesco a sistemare i genitori, i nonni, la bisnonna: noi piccoli,
fratelli e cugini, che avevamo sempre in qualche modo le mani nella farina o
nel grano che scivolando dai nostri pugni chiusi cadeva a fontana nei cestini
lasciandoci una sensazione gradevolissima, come penso abbia il bimbo che cerne
il grano nella scena. Ci veniva sempre dato un po’ d’impasto per le nostre
pagnotte creative che cercavano d’imitare “su pani pintau” delle feste.
La casa di Elisabetta, dove è ricevuta Maria, è verosimile per
l’arredamento e per la ricostruzione coerente e benché povera sa di elegante.
Un tavolo, segnato da un uso continuo che si perde oltre il ricordo, esalta
suppellettili senza orpelli. L’essenzialità mi colpisce, come gli strumenti da
lavoro che mettono a nudo le privazioni e il loro passaggio da generazione in
generazioni. Le figuranti sono molto calate nelle parti tanto che riescono a
trasmettere l’idea di una visita molto gradita.
Spostandomi mi ritrovo in una bottega, dove sono esposti i manufatti
in pietra.
Arrivo dal bottaio “conzautti” e mi rendo conto che è proprio ben rappresentato.
Infatti, l’abbigliamento e l’aspetto fisico lo rendono molto appropriato. Nella
penombra appare sorridente come può essere una persona che vive fra le botti e
pensa a quando saranno riempite dal buon vino salentino.
Ecco un’altra staccionata con le pecorelle che consumano il pasto
serale. Stranamente qui non sono attorniate dai bimbi curiosi!
Nella locanda c’è un grande affollamento di buongustai che
assaggiano i gustosissimi prodotti locali. Più in là i canestrini, per
gocciolare, sono disposti in fila e dentro vi viene versata la ricotta ancora
calda. In un’altra stanza trovo le massaie che preparano orecchiette,
minchiareddi e sagne torte. In molti si allontanano con sporte ricolme,
pregustando i buoni prodotti che cucineranno nelle loro case.
Noto la presenza di antichi strumenti, usati dal maestro con
competenza, nella falegnameria: anche qui la scena è curata nei minimi
dettagli.
Mi stupisce l’intreccio che dà luogo ai cestini. All’opera una
giovane signora che appare molto esperta e precisa. In questo laboratorio, che
mi suggerisce tempi passati, sono colpita da una piccola borsa con coperchio,
che, stranamente, somiglia al cestino per la merenda che usavo quando andavo
all’asilo.
Come si conviene per un grande evento la sala del matrimonio di
Maria e Giuseppe ha un’aria di solennità ma conserva un’elegante sobrietà:
nulla è eccessivo. Chi è seduto al desco si contenta di poche cose quali
stoviglie in terracotta, ampolle in metallo un po’ di pane: tutto è giusto e
non stride con la rappresentazione. Sembra proprio che si sia seguita la
scritta che si trova all’ingresso.
“Il matrimonio tra Maria e Giuseppe dovette essere molto semplice.
Quando la famiglia di Maria raggiunse un accordo con Giuseppe si celebrò lo
sposalizio. Trascorso un certo tempo, Giuseppe condusse Maria nella propria
casa secondo la legge di Mosè”.
Incontra dei meravigliosi angioletti con la fascia del “Gloria”. Mi
soffermo. Sono così belli da suscitare enorme emozione.
I pastorelli, con le loro gabbiette, sostano o muovano quasi
seguendo il ritmo delle zampogne suonate dai pastori. Qui la musica dà la
sensazione di trovarsi realmente nel cuore della Natività: nella mia terra
accompagnata dalle melodie delle “Launeddas”.
I richiami del mercato sono udibili da lontano. Canestri di
profumato pane, cesti di frutta e verdura attirano i visitatori che fanno
capannello.
Intorno ardono i fuochi dove, spesso, si fermano anche i visitatori
per scaldarsi.
Incontro il recinto con le oche che non sembrano curarsi del
traffico di persone.
Le strade, del rinnovato percorso, sono illuminate da piccole lanterne
a candela, molto funzionali, in alcune zone ci sono dei lumini dentro ciotole o
dei fuochi che rendono il clima incantevole.
Dei battiti ritmici ci annunciano che nei pressi c’è un fabbro.
Osservo come si affanna pestando sull’incudine mentre con il soffietto dà aria
al fuoco per rendere incandescente il metallo da forgiare. Vedo che l’ambiente
è rustico e tutti gli utensili sono manuali e risalgono al periodo in cui tutto
era costruito manualmente e ritento prezioso.
Artigiani e artisti realizzano con diverse tecniche i loro manufatti
creando curiosità fra i visitatori avvezzi solo agli oggetti finiti.
Le caldarroste e il loro profumo invitante mi riportano alla mia
casa natale dove d’inverno, quasi tutte le sere, si facevano saltare le
castagne in una padella con i buchi, era un rito che scaldava le mani e ci
lasciava in bocca un gusto indescrivibile. Ciò che mi piaceva maggiormente
erano i racconti dei genitori e dei nonni che così ci intrattenevano senza
farci annoiare e senza televisore.
Non posso passare dritta davanti alla bottega dei panari e dei
cannizzi. Le creazioni dei maestri sono proprio belle e penso, dopo averne
immaginato l’uso, che nelle case moderne potrebbero essere esteticamente
interessanti come porta oggetti o per mille altre funzioni.
Fra le ricamatrici, che non perdono tempo, trovo tutta il fascino e
l’eleganza delle cose fatte a mano. Qui macramè, punto antico, chiacchierino,
uncinetto e tombolo non sono un mistero, sicuramente le mie sorelle ci
avrebbero passato l’intera serata. Io, benché apprezzi tutti i ricami, quando
mi trovo in mano l’imparaticcio, ricordo il buco che feci cercando d’imparare
il punto turco: un disastro! 
Nel banchetto del mercato all’aperto è in bella mostra tanta frutta
e verdura “casalina” che non passa inosservata alle massaie curiose.
Il calzolaio sta in una stanzetta spoglia, con lui un apprendista
molto concentrato nell’imparare. Le scarpe da riparare sono proprio poche,
perché poche erano in altri tempi quando moltissime persone avevano trasformato
la pelle dei piedi in suole e tomaie.
Che fila davanti al pane "rostutu"! Basta proprio poco per
riscoprire il gusto degli antichi sapori!
Rincontro gli “Agorà canti antichi” in un momento di rilassamento.
Hanno messo a riposo i tamburelli e la voce. Sono fra "cannizzi" e
panari intenti ad assaggiare i prodotti salentini, molto graditi anche ai
visitatori.
Nel Borgo sotto il castello molti fuochi hanno perso la vivacità ma
una bettola all’aperto rallegra tutti.
A Specchia l’ulivo è sovrano per cui non poteva mancare
l’intagliatore del suo legno che ritrovo in un rustico spazio fra oggetti
finiti o abbozzati.
Sacchi abbandonati, balle di paglia e tracce di fieno portano sino
alla vigna della piazza. I viticci sono privi di pampini e fra i filari è cresciuta
l’erba, che piacerebbe tanto a tutte le pecorelle dei recinti disseminati nel
percorso. Le pale del fico d’india mettono in risalto le volute dei vitigni
nostrani. Gli alberelli ai bordi rendono molto realistica una scena curata e
perfezionata edizione dopo edizione.
L’eco dei bagordi della casa di Erode si ode da lontano. Qui danze,
luci e lustrini ricordano l’opulenza che non ha controllo. Bene interpretata,
nei contenuti poco spirituali, la scena, nel complesso, è molto caratterizzata.
Nell’aia situata nella piazza, il cavallo pare gradire il fieno
posto nel calesse. Pur non somigliando ai cavalli che erano allevati dal mio
babbo, riesce ugualmente a ricordarmi le mie cavalcate, alcune volte,
spericolate.
Una luminosa stella cometa mi conduce nell’atrio del castello. Qui
faccio la fila e osservo i fuochi vivaci attorniati da bambini figuranti.
Noto una scena con tronchi che fungono da sgabello e tanto lirismo
di gioia si avverte intorno.
Giunta al cospetto della sacra famiglia, composta e semplice,
sistemata fra cumuli di paglia, che hanno lasciato molte tracce sul pavimento.
Mi soffermo a osservare l’ambiente che, nella povertà evidente, esalta la
Natività che sicuramente è somigliante a quella avvenuta in un luogo spartano e
povero quale poteva essere Betlemme. Nella scena molti bambini e angioletti si
muovono con spontaneità creando un clima religioso di famiglia. La scena è
molto bella e descrive molto bene l’atmosfera divina.
Rincontro pastori e zampognari che contribuiscono a rendere questo
“Presepe Vivente” una rappresentazione di movimentata gioiosa spiritualità.
I Re Magi all’orizzonte si apprestano. Hanno seguito la stella di
fede che ha animato gli interpreti del Presepe vivente di Specchia. Sono
giunti, regali e maestosi nei loro ricchi mantelli. Onorano il Bambinello e
presentano i doni. Avverto la malinconia di una festa conclusa in un bacio di
speranza di pace, serenità e lavoro. Tutti s’inchinano davanti al Gesù della
chiesa porto premurosamente da Don Antonio De Giorgi.
Devo dire che in questa in edizione del Presepe Vivente mi ha
impressionato favorevolmente il clima di povertà, che farebbe contento pure
papa Francesco che non si stanca di ricordare che Gesù non è nato in una
reggia, e la recitazione puntuale.
Le scene sono state tutte all’altezza del fine. Il percorso mi è
piaciuto per gli scorci e gli ambienti che sono stati inseriti.
Voglio fare un complimento a Rita e a tutti gli organizzatori che
fra bambini che dovevano figurare Gesù ammalati, vandali e incendi sono riusciti,
anche nell’emergenza, a dare esempio di grande sensibilità e competenza
organizzativa. Quest’edizione mi convince ancora di più che il Borgo Antico di
Specchia è proprio il luogo ideale per queste rappresentazioni. I palazzi, le
corti, le antiche tecniche delle costruzioni lo caratterizzano talmente che non
si potrebbe pensare a un luogo migliore per il Presepe Vivente. 
Specchia gennaio 2015                                                       
Federica Murgia






































































































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