2013-01-18

NEL BORGO ANTICO DI SPECCHIA UN PRESEPE VIVENTE ALL’INSEGNA DELLA FEDE CHE CONCLUDE UN DICEMBRE 2012 RICCO DI EVENTI.







Nel Borgo antico di Specchia un presepe vivente all’insegna della fede che conclude un dicembre 2012 ricco di eventi.

Un Presepe all’insegna della generosità e del lavoro di tutti quelli che, con rinunce e sacrifici, hanno contribuito alla sua realizzazione non può che essere apprezzato anche per l’impulso che ha dato al turismo.
In questo periodo di crisi economica far conoscere le bellezze e le positività del territorio è la base per valorizzare le risorse altrimenti date per scontate. In quest’ottica nel mese di dicembre Specchia ha messo in campo varie idee. La prima, in ordine di tempo, è stata organizzata dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Specchia e dal Comitato gestione biblioteca, il 4 e il 5 dicembre, con “Parole e Musica”. L'evento oltre  a far godere i meravigliosi versi di autori classici che si sono cimentati sul tema dell’ulivo, quali: Dante, Orazio, D’Annunzio, Machado, Neruda, Lorca, Turoldo, Pascoli, e con incursioni nella preghiera di Ramsess III al Dio Ra (dal papiro di Harris) e nella Bibbia ha fatto scoprire l’armonia delle musiche rinascimentali e barocche nel concerto “Il pentagramma del frantoio”della liutista Gabriella Perugini. La musicista ha suonato il liuto e la tiorba facendo scoprire le armonie di un tempo passato. Un concerto multisensoriale dedicato all’olio d’oliva che, in un programma che, volendo essere anche di scoperta, ha portato a conoscere il frantoio dei Francescani Neri e l’eccellenza dell’olio, ottenuto biologicamente da Rosanna Merico, rivelatasi anche ottima presentatrice, in un assaggio che ha racchiuso tutti i profumi di un prodotto che non ha pari.
Sempre ai Francescani Neri godibili sono state le mostre dei bambini, delle classi terze della Scuola Primaria, che hanno interpretato il territorio con ingenuità e perizia, e degli interessanti fumetti di un giovane artista locale che illustravano fiabe. In seguito, sempre in quest'antico convento, lo spettacolo di profonda integrazione ha dato voce ai ragazzi che spesso ne sono privati a causa della scarsa sensibilità delle persone.
In clima di austerità di grande significato è stata la mostra di Ada Scupola che è riuscita, con originalità e creatività, a realizzare opere artistiche ottenute grazie ad un sapiente riciclo di vari materiali altrimenti inservibili.
L’atmosfera natalizia mi ha portato a visitare bellissima Chiesa Madre dove la mia attenzione veniva attratta da un cibernetico presepe in cui tutte le strutture e i personaggi legati alla natività erano costruiti con parti di computer. I fili di rame si erano trasformati in originali capelli biondo-rossatro.  Tastiere, monitor, unità di sistema, valvole, mouse, microprocessori erano diventati, magicamente, Sacra Famiglia, animali, Re Magi, pastori, capanna, montagne: tutti i tasti, tutti i fili aggrovigliati nel raccontare la storia del Natale descrivevano, pur nella fede, la vita di oggi e di quell’appennicolo chiamato computer quasi indispensabile nell’attuale società.
Un evento che ha suscitato molto interesse è stato quello della mostra antologica di Luigi De Giovanni, patrocinata dal comune di Specchia, inaugurata, alla presenza del Sindaco Antonio Biasco e dell’Assessore alla Cultura Giampiero Pizza, il giorno 15 dicembre. La mostra organizzata da “Il Raggio Verde S.R.L.”, presentata dal critico Toti Carpentieri è stata allestita magistralmente dall’architetto Stefania Branca nei due piani del castello Risolo. Nella piazza  Del Popolo intanto era stato sistemato un immenso braciere colmo di legna da ardere. Era pronto per la focaredda che veniva, come previsto, accesa il giorno 24 dicembre: quasi a scaldare l’evento della Natività. Fiamme e scintille si levavano al cielo creando atmosfera e attirando molte persone. 
Nell’aria sin, da metà dicembre, si avvertiva il clima Natalizio, soprattutto per il gran lavoro che andavano facendo tutti i volontari dell’Associazione Culturale Sportiva "Eugenia Ravasco". Venivano costruite le scenografie, sistemate adeguatamente le case nel percorso del presepe vivente, la capanna nell’atrio del castello Risolo e la vigna nella piazza del Popolo.
I costumi erano pronti per tempo. Un andirivieni continuo sapeva di gioia, donazione e fede, tutto veniva fatto con molta perizia per realizzare al meglio la V edizione del Presepe vivente di Specchia. Il giorno 25 dicembre, davanti alle porte di Betlemme, le autorità religiose e politiche salutavano i visitatori. C’era un clima d’attesa mentre lo speaker annunciava, più volte, l’imminente arrivo del Legio II Augusta che, finalmente, proveniente da Via Roma, si presentava al pubblico, preceduto dalle matrone, elegantissime con i loro indumenti drappeggiati con fibule scintillanti, seguite dai soldati di cui alcuni trascinavano l’ariete, spaventosa macchina da guerra del tempo, e si apprestavano a rappresentare la potenza di Roma. L’arrivo dei pastori e dei pastorelli silenziosi, che trasportavano i loro fardelli eseguendo le figurazioni già imparate, era ritmato dall’armonia delle zampogne. I figuranti via via prendevano posto nelle scene calandosi nella vita di oltre 2000 anni fa, in questo, accompagnati da un tripudio di fede, curiosità, musiche e colori. L’ingresso alla città della Natività veniva controllato da guardiani inflessibili che regolavano il traffico delle persone che si apprestavano alla visita. Anch'io venivo bloccata. Nell’attesa dell’ingresso ascoltavo i rumori che provenivano dalla città rappresentata, mi sembrava che, nonostante le musiche natalizie che non potevano esserci nei tempi raccontati, ci si apprestasse proprio a Betlemme tanto si erano calati nel clima tutti i figuranti.
Le matrone, i soldati e i comandanti della Legio II Augusta nella loro maestosità, accentuata dai mantelli spesso rossi e dai lucidi elmi, si erano schierati anche intorno ai fuochi dell’accampamento e rilucevano nelle armature a placche, mentre i bimbi, rigorosamente in divisa romana, contribuivano a rendere realistica la scena.
Il censimento veniva fatto con l’uso dei registri, dove i visitatori mettevano il nome e il luogo d’origine; scrivere il mio nome e Cagliari mi aveva fatto sentire nella mia città, che un po’ mi manca. Mentre visitavo la casa dei Conza Limmi intenti nel loro lavoro, mi ricordavo che anch'io avevo una pentola di terracotta ammaccata e anche un'insalatiera, magari li avrei potuti portare da loro per ripararli: avevo perso un’occasione!
Procedendo nella visita si arrivava nella casa di Maria, dove l’evento dell’annunciazione era accentuato dagli abiti dai colori chiari e dall’azzurro dell’inginocchiatoio. C’era una compenetrazione totale dei personaggi nel racconto biblico tanto che le manine giunte delle ragazzine sapevano d’innocenza e accettazione degli avvenimenti.
La formazione dei pastorelli assumeva delle posizioni statiche come se fossero improvvisamente diventati statuine di un presepe. Gli animaletti, tenuti in piccole gabbie di legno grezzo o che seguivano pazientemente diretti al pascolo della devozione, si muovevano dando un senso d’armonia e vitalità. Nella stalla dei bambini tagliavano la biada mentre altri la davano al cavallino sistemato al di là della carrozza. La scena, pur bella nella composizione, mi rattristò. La scena, pur bella nella composizione, mi rattristò, ricordandomi i cavalli della mia famiglia che correvano, ogni qualvolta li chiamassi, nitrendo di gioia: erano compagni dei giochi dei miei fratelli e miei ed erano così pazienti e docili che spesso salivamo in groppa senza sella e loro pareva stessero attenti a non farci cadere. Le operazioni di tessitura attirarono la mia attenzione, giovani donne preparavano le navette, altre tessevano, armeggiando con i licci, gli orditi e le trame, lo sbattere dei pettini dava il ritmo al lavoro. Anche questa scena mi fece ricordare i racconti della mia mamma che, curiosissima, imparò a tessere sin da quando era bambina e non arrivando con i piedi ai pedali veniva aiutata dalla sorella minore che li manovrava al segnale convenuto.
La lavandaia, dalle mani arrossate, attendeva l’effetto della lisciva e contemporaneamente lavava con attenzione altri panni, mentre la stiratrice, col ferro pieno di brace, stirava i merletti realizzati dalle ricamatrici con molta cura e competenza. La scena era caratterizzata dalla biancheria stesa con attenzione, quasi delle quinte per rendere più suggestiva e veristica la scenografia. Questi lavori mi riportarono ai racconti della mia bisnonna Rosa che, avanti con gli anni, intratteneva i pronipoti raccontando la vita e le tradizioni del passato, dove molto importante era la lisciva che oltre a sbiancare la biancheria le conferiva un profumo buonissimo, spesso accentuato dall’uso della lavanda e delle rose.
Gli scribi impegnati nella scrittura avevano preso posto nei tavoli ricoperti da tovaglie bianche. Apparivano concentrati nel loro lavoro sulle pergamene e i costumi che indossavano li rendevano maestosi, anche se il loro antico potere era dato solo dal saper scrivere.
Il gregge nel recinto appariva placido. A questo punto la musica delle zampogne faceva presagire l’arrivo del pastore richiamato da timidi belati. Subito dopo ci si ritrovava in una casa, dove si facevano la cardatura e la filatura della lana che, lavata e pettinata, veniva filata e trasformata in gomitoli pronti per la lavorazione. Questa scena mi fece ricordare la mia prozia Totonia, donna dolcissima e amatissima che, non essendosi sposata, ci faceva da bambinaia. Filava tantissima lana, lavata nelle chiare acque dei limpidi ruscelli di Seulo, e preparava calze per tutti i nipoti. Noi eravamo bravissimi a scompigliarle il fuso e ad aggrovigliarle la lana dei gomitoli, ma lei trovava sempre una soluzione. Una volta, noi bambini, togliemmo la pallina in fondo al fuso e la nascondemmo, lei non riuscendo a stare con le mani in mano prese una patata e la usò per fermare la lana pettinata.
La cera, che per secoli aveva illuminato le notti dei nostri antenati, veniva lavorata artigianalmente da un giovane allevatore d’api che, con grande competenza e cortesia, ne spiegava le fasi e le funzioni, incalzato dalle domande del pubblico, parlavano, con amore, dell’allevamento delle api.
“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” recitava il cartello davanti alla casa di Elisabetta. Si era giunti alla scena trascendentale della Visitazione di Maria a Elisabetta, dove i toni chiari prendevano sfumature dell’azzurro delle vesti, vi si avvertiva la gioia di due madri consce d’interpretare il grande evento spirituale della nascita di Gesù.
Nello studio successivo si trovavano gli artisti che con le loro opere raccontavano della fede non limitandosi solo ai fatti che si andava rappresentando.
Il fabbro dava forma ai manufatti battendo ritmicamente con il martello sull’incudine e, quasi a voler esaltare l’Evento biblico, faceva salire in cielo scintille: quasi stelle che volevano illuminare la strada della fede.
Il riparatore di botti, con un colpo al cerchio e una alla botte, sistemava gli anelli metallici. Il calzolaio, intento alle riparazioni delle scarpe, armeggiava con lesine, trincetti, raspe e colle, disposti in bella vista, aveva messo una fila di tacchi, (non so se nel tempo raccontato esistessero o meno).
Non mancava nel percorso il falegname che onorava il mestiere di Giuseppe.
I pastorelli avevano ripreso la strada, si esibivano facendo le statuine, attirando l’interesse dei visitatori del presepe. Ecco un altro recinto di pecorelle, intente a mangiare la paglia, che attirava l’attenzione dei bambini poco avvezzi ai greggi. Un’aria allegra si avvertiva nella locanda da cui usciva un inebriante profumo di vino che veniva bevuto accompagnato da pane e pomodoro condito con un gradevole olio locale. Più in là alcune signore preparavano formaggio e ricotta mentre altre erano impegnate con le sagne torte, le orecchiette e i minchiareddi. La lavorazione della cartapesta, dei muri a secco e l’arte povera incuriosiva molte persone che si soffermavano e facevano domande.
La scena del matrimonio dava l’idea di luce, era una bella rappresentazione di una situazione d’amore, fiducia e fede. Tutto sapeva di sontuoso, solenne e la posizione dei protagonisti rispecchiava la ritualità dell’avvenimento.
I mercanti di frutta invitavano a gran voce l’acquisto dei loro prodotti, che pareva fossero graditi agli acquirenti che non si astenevano dal comprare. I piccoli fuochi ardevano nella piazza, le pentole che pendevano dai trespoli servivano a esaltare la scena, attorno vi erano delle persone indaffarate, alcune erano sedute sulle balle di paglia pronta per sfamare gli animali domestici. Tutto questo dava una sensazione di accogliente e familiare.
Nella sinagoga, scaldata da un grande fuoco che ardeva in un braciere, i sacerdoti pregavano e leggevano con solennità i libri sacri. Il candelabro a sette braccia illuminava il tempio e raccontava il suo significato di perfezione; la stella di Davide, disegnata su un telo, non ricordava solo il simbolo di re Salomone ma anche i significati terribili della barbarie umana.
Le caldarroste mandavano gli invitanti profumi e mi ricordavano l’infanzia, quando, dopo cena, a casa dei miei genitori, si cucinavano, con la padella con i buchi, mentre ci venivano raccontate le storie prima di mandarci a letto.
Il mercato brulicava di persone incuriosite e lo stagnino, circondato dai contenitori, riparava e stagnava tegami e recipienti vari. Anche questo mi riportò alle case dei miei nonni dove nelle cucine, vicino al forno e ai fornelli, luccicavano pentole e oggetti vari in rame che venivano puliti con cura e tramandati.  Il corredo in rame, materiale oggi caduto in disuso, non mancava nell’elenco delle stoviglie di tutte le spose, non molto tempo fa. Il vino cotto con scorza di arancia diffondeva, in tutto il circondario, il suo profumo, esaltato questo dagli ingredienti delle cartellate che erano così invitanti che i turisti non riuscivano ad astenersi dalla consumazione. I cestai, le ricamatrici e i panari, antichi mestieri di primaria importanza nelle società contadine, costringevano a soste prolungate e a domande per capire i procedimenti di lavorazione. Le pittule, frittura natalizia preparata con cura dalle massaie, erano un’attrazione che non si poteva ignorare e la fila per acquistarle dimostrava come queste fossero gustose e invoglianti. Si arrivava poi alla cantina dove, grazie anche alle pittule, si beveva con gusto del buon vino. Adiacente alla piazza del Popolo bellissima ed efficace appariva l’installazione della vigna. Le antiche viti, dai tralci spogli, affioravano dalla terra e s’innalzavano raccontando le gioie che offrivano i loro frutti e la spiritualità che legava il vino alla ritualità della fede cristiana. Le musiche dei bagordi che avvenivano nella fastosa casa di Erode si udivano da lontano e le danze che vi si facevano raccontavano di materialismo pagano che non vedeva il segno di spiritualità che si andava compiendo. Nell’aia una carrozza e un cavallino ricordavano la trebbiatura. Il vento veniva in aiuto facendo volar via la pula e la paglia: un aiuto naturale per meglio rappresentare la scena. A me sovvennero le aie del mio paese, dove la trebbiatura veniva fatta dai gioghi di buoi, e la grande festa che si faceva con arrosti, dolci e buon vino che predisponeva alle danze propiziatorie il raccolto. Inoltrandosi oltre il portone del castello Risolo si arrivava al suo atrio, dove era predisposta la stalla della natività. Un bellissimo bimbo, chiamato inconsapevolmente a fare la rappresentazione di Gesù, sorrideva beato con i visitatori e i genitori e concludeva il percorso di fede. La penombra dell’esterno faceva apparire la stalla luminosissima, questa sensazione era accentuata da drappi chiari che pendevano dal soffitto. Un somarello che ogni tanto faceva udire il suo verso ricordava la tradizione Francescana che aveva inserito il bue e l’asinello nel presepe, anche se non citati nei vangeli. Il Papa nel suo ultimo libro lo dice chiaramente, ricordando però che chi è abituato può continuare a metterli perché rispecchiano una tradizione di fede. All’uscita dal percorso del presepe moltissime persone non perdevano l’occasione di visitare la mostra antologica di Luigi De Giovanni allestita nei due piani del castello. Andando via si arrivava nuovamente nella piazza del Popolo, dove uno stand allestito dalla Pro Loco, dispensava gustosissime pittule. Il braciere, colmo di tronchi e fascine, mandava scintille al cielo donando una visione veramente bella.
L’ultima scena è stata rappresentata il giorno 6 gennaio 2013.  Era iniziata con la benedizione di tutti i figuranti e poi con la processione e si era conclusa con il discorso delle autorità e i ringraziamenti. L’Epifania portava i Re Magi alla santa stalla e culminava con il bacio al Bambinello portato con amorosa fede da Don Antonio.
Un ringraziamento, per l’impegno profuso, meritano gli organizzatori: l’Amministrazione Comunale di Specchia, la Parrocchia Presentazione Della Vergine Maria di Specchia e i volontari dell’Associazione Culturale Sportiva "Eugenia Ravasco" nonché tutti coloro che, a vario titolo, hanno collaborato per la meravigliosa riuscita della quinta edizione del Presepe Vivente del Borgo Antico di Specchia.
Specchia gennaio 2013                                            Federica Murgia
Posta un commento